Gianni Visentin. Concittadino illustre, persona che ha saputo comunicare il profondo essere umano attraverso tratti di pennello, piccoli colpi di scalpello o terra che sinuosa prendeva
forma. Ha superato le barriere portando la sua arte in molti continenti, in musei, in umili
dimore o tra le stanze dei palazzi di potere. Un pezzo di Rosà e del nostro territorio vive così
nelle sue opere e per questo con profondo piacere e soddisfazione che, a nome dell'intera.
Amministrazione e cittadinanza, mi unisco all'omaggio de L'Illustre bassanese in questa uscita a un anno dalla sua scomparsa. Sono personalmente legata a Gianni Visentin, perché ha
saputo dare la migliore espressione all'arte della ceramica e della lavorazione della terra, arte in
cui nell'azienda di famiglia sono cresciuta. E' in quest'ambito che ho potuto conoscerlo e apprezzare
per intero alcune delle sue opere.Il suo impegno e la sua costante indagine nel dare la giusta immagine all'animo umano che
è alla ricerca di energia positiva e vitale, si sono concretizzate in molti lavori spesso di forte provocazione, capaci di scuotere le
coscienze. Alla base di tutto però ci sono le nostre radici cristiane, fatte di amore e di aiuto
reciproco, di mani aperte e tese verso l'altro,che da sempre contraddistinguono il popolo veneto. Temi e messaggi sempre attuali come la pace, la fratellanza e l'ambiente e, ancora, lab famiglia e la comunità vivono e vivranno decennio dopo decennio nelle sue opere.
On. Manuela Lanzarin
Sindaco di Rosà
Il tempo passa velocemente, i ricordi un po' alla volta svaniscono: un evento che purtroppo accade
a tutti. Esistono però figure di uomini che
rimangono indelebili nella memoria, impronte
fissate saldamente nel nostro vissuto.
Penso a Gianni Visentin, amico e artista, che
per vitalità ed entusiasmo consideravo indistruttibile.
Ne ricordo ancora gli ultimi mesi di
vita, il ricovero e la degenza all'Istituto Gerosa.
la moglie e le figlie, sempre presenti, forse si
chiedevano come sarebbe cambiata la loro esistenza
dopo che, per decenni, la sua frenetica ed
energica attività ne aveva scandito i tempi.
Purtroppo, dopo alcuni timidi cenni di ripresa, è
avvenuto l'irreparabile.
Fortunatamente oggi, a distanza di un anno dalla
scomparsa, il ricordo della sua sofferenza è
stato sostituito da quello della formidabile personalità
che abbiamo conosciuto per lungo
tempo: un uomo, un pittore, uno scultore, un
caro amico che aveva ricercato e coltivato i
valori fondamentali della vita: fede, famiglia,
pace, solidarietà, arte...
Un'indagine paziente e continua, coronata
dalla soddisfazione di avere basato la sua vita
sociale e artistica su questi fondamenti.
Gianni Visentin, questa è l'opinione che mi sono
fatto, non considerava tali valori un riferimento
esclusivo per sé o per la sua famiglia; riteneva
invece che dovessero essere patrimonio di tutti e
si sentiva impegnato a trasmetterli e divulgarli.
Forte di questa convinzione, non si fermava
davanti a nulla: attraverso il manifesto dell'Arte
positiva, movimento da lui fondato e al quale
hanno poi aderito altri pittori, si è impegnato
con grande energia a enunciare qualcosa di
importante e moralmente valido. Un messaggio
lanciato tanto alla gente comune quanto ai potenti
della terra: capi di stato e autorità di ogni sorta.
Gianni arrivava dappertutto, lanciando inviti
alla pace e alla ricerca del bene. Quando le lettere
si rivelavano insufficienti, trovava comunque
il modo per recapitare infallibilmente i suoi
appelli. Possedeva un sesto senso che gli consentiva di conoscere e confrontarsi con personalità
quali, per esempio, mikhail Gorbaciov e
Ronald Reagan. E tanti altri ancora!
Durante l'embargo all'Iraq di Saddam Hussein,
nell'imminenza della Guerra del Golfo, si è
recato a Bagdad, dove è stato accolto dal ministro
degli Esteri Tareq Aziz al quale ha consegnato
aiuti umanitari.
Desidero ricordare un episodio che mi ha visto
coinvolto. Un giorno, in occasione di un nostro
incontro, mi disse: "Ho in mente una grande
scultura, nella quale rappresentare valori per la
nuova Europa. Il gruppo potrebbe essere collocato
davanti alla sede del Parlamento Europeo a
Strasburgo. Posso rinunciare al mio compenso,
però ci sono spese per la fusione, il trasporto e
il collocamento. Perché la Regione Veneto,
come hanno fatto altri paesi in Europa, non offre
la statua, contribuendo parzialmente per le
spese?". In seguito è cominciato un tale "martellamento" da parte di Gianni che, poco dopo,
ho discusso del progetto con l'allora presidente
regionale Franco Cremonese. Anche il senatore
Giulio Andreotti, coinvolto nell'iniziativa, gli
scrisse che l'operazione, promossa dal Veneto
per l'Italia, sarebbe stata gradita all'Europa e
che nulla ostava alla consegna del gruppo scultoreo
Il vento d'Europa.
l'operazione andò in porto e oggi l'opera di
Gianni Visentin è a Strasburgo, proprio davanti
al Parlamento Europeo, mentre una copia della
scultura si trova all'entrata dell'Ospedale San
Bassiano, dove tutti possiamo ammirarla.
E' un ricordo fra i tanti, un fatto che mi ha permesso
di conoscere meglio Gianni Visentin e di
comprenderne lo spirito vulcanico e intraprendente,
sempre alla ricerca di trasmettere positività.
Certo doveva anche lavorare per vivere,
mantenere la famiglia e sviluppare la sua azienda.
Gianni riusciva a fare pure questo, ma quanto
traspariva all'esterno era l'altro aspetto: quello
di un uomo che utilizzava la sua arte per esprimere
la bellezza e con essa il senso di un impegno
e di una fedeltà ai valori in cui credeva.
Senatore Pietro Fabris
Gianni Visentin unisce una straordinaria maestria e una profonda conoscenza della materia plastica e delel sue infinite possibilità di coniugazione luministica alla volontà di sintesi narrativa, e dunque artistica, che ricolleghi il presente ai valori, più o meno mitici, ma indubbiamente nobilitabti e consolatori, di una figurazione naturalistica di matrice romantica e Rodiniana (...)
I temi dell'opera di Gianni Visentin sono tutti incentrati sul gesto e sul suo significato emotivo e esistenziale. E' il gesto protettivo della madre - uno dei soggetti più frequenti e declinati con ricchezza div arianti che denotano la finezza sensitiva dell'artista - è il gesto dell'amore filiale che tutto si affida all'abbraccio materno; o quello di tensione verso la luce che purifica e libera la bellezza del corpo dalle scorie, dalle esitazioni, dalle indeterminatezze materiche o anche quello di pudore della bagnante colta in un forte gioco chiaro-scurale che penetra l'emozione prodonda della consapevolezza fisica e sensuale dell'armonia del corpo. La stessa consapevolezza torna nei gesti più liberi e architetturali delle ballerine colte in passi di danza che attestano un rapporto di gioa con la vita, un sentimento di energia che desidera e cerca la perfetta consonzanza con la natura, con l'ambiente, con le persone (...) Gianni Visentin conferma la sua qaulità di maturo e valente plastificatore, che nel recupero e nella mconservazione della più classica tradizione cerca stimoli di ricomposizione del racconto e della fede sull'uomo, nellì'uomo e per l'uomo.
Giorgio Segato 1984
Critico d'arte
"(...) di fronte a tanta arte d'oggi, sofisticata e nevrotica, rigonfia di insoddisfazione e di malessere, la scultura di Gianni Visentin si presenta sotto il segno sovrano della serenità. E' un'arte che ci ricollega ai grandi esempi del passato e, in un certo senso se ne distacca, proprio per il suo porsi al di sopra e al di fuori del tempo. Anche quando tratta soggetti di animali, maternità, fanciulle dormienti o al risveglio, ballerine, figure di bambini, nudi in varia postura, mitologia o tematiche religiose, Visentin mira a risolvere tutto in chiave di serenità. Il dolore dell'esistenza viene superato da una catarsi che viene dal di dentro. Visentin è uomo di profonda religiosità. La sua abilità tecnica non si risolve come fine a se stessa: è uno strumento per dare un messaggfio che è essenzialmente spirituale". (...)
Paolo Rizzi
Critico - Giornalista
L'impegno pittorico di Gianni Visentin ri riconnette strettamente a due tra i problemi più angosciosi del nostro tempo: quello esistenziale e quello ecologico. Il legame fra essi è così evidente che non è neppure il caso di soffermarvisi: sono due aspetti della deformazione etica di una società che ha smarrito il senso dell'equilibrio e che riverbera tale la sua condizione su se stessa e su tutto ciò che la circonda. Nondimeno il dramma sussiste ed un artista che voglia vivere nella priopria epoca e che cerchi di riscattare i valori dello spirito non può far a meno di assumerlo come oggetto della rpopra indagine. (...) Un gusto postimpressionistico dei rapporti cromatici che si associa alla tensione d'un espressionismo particolarmente efficace nel puntualizzare lo stato d'animo dell'artista ne caratterizza il linguaggio: i volti si contorcono e si deformano, per ricomporsi solo in accenti d'accorata malinconia, stanno a testimoniare l'intensità con cui Visentin vive il dramma esistenziale. Tuttavia, pur in codesta situazione, egli domina stilisticamente il emzzo espressiovo e gli conferisce il maarchio della sua personalità. Una personalità che affronta decisamente l'angoscia che assilla l'umanità e ne denuncia le conseguenze in quelle sue opere di sapore simbolico che segnano il punto estremo della sua tensione. (...)
Mario Monteverdi, 1984
Critico e curatore del "Dizionario critico Artitalia"
I CRITICI E "ARTE POSITIVA"
"Solo superando se stesso l'uomo è veramente uomo", scrive Biagio Pascal nei suoi "Pensieri". Paradosso fondamentale. Certo, abbiamo bisogno di tornare a riflettere, di rimetterci in gioco, per essere creativi, progettuali.
L'apocalisse del nostro tempo forse è proprio il silenzio dei cuori. Come varcare le soglie della speranza? Come vincere la paura? La paura si sconfigge ricercando la luce, i valori puri dell'arte e dell'anima, conquistando la conoscenza, una conoscenza che è l'origine dell'azione e che consente di trovare l'energia per combattere contro i mulini a vento della indifferenza e della comodità.
E' un quadro cupo quello che compone la nostra quotidianità, riflesso dai tubi catodici della tv, dall'inchiostro dei rotocalchi, dagli stessi quotidiani, dagli impulsi satellitari, dalle immagini del "villaggio globale" raccontato su internet.
Continuiamo a venerare la religione dell'infelicità. Perchè stupirci se siamo infelici? Abbiamo accolto perfino la monotonia del dolore, l'assuefazione ai guai.
"Pensare Positivo" è forse l'ultima efficace medicina che rimane a disposizione.
Dare senso al tempo, non avere paura di Dio, non darsi mai per vinti.
L'uomo è un'infinita possibilità. E l'artista è colui che, in seno alla terra, trasforma le intuizioni e parla un linguaggio universale, e partendo dal cuore dell'uomo scioglie l'enigma del mondo, gioca con il creato.
Chi meglio dell'artista è capace di cogliere la luce dei colori, la plasticità del sorriso, l'infinita profondità di uno sguardo e imprimerlo nella memoria? La genialità dell'artista sta in questa capacità di parlare correttamente tutte le lingue, di dialogare con i potenti e con gli umili, di raggiungere ogni traguardo immaginabile. Con abbondanza l'artista sa offrirci risposte e ancora domande e di nuovo risposte, inducendoci alla verità, a non bluffare con noi stessi, ad aprirci e a lottare per una società nuova.
Poeti, scrittori, pittori, scultori, nel loro agire positivo, hanno la forza e la capacità di cogliere un briciolo di cielo e offircelo, di farcene dono. Non possiamo rifiutarlo.
L'uomo è lo stupore di Dio. E' capace di sperare. E la speranza stupisce, sempre.
Dà il senso e la dimensione di una vita completa.
E l'artista interpreta questo stupore. Ha in se il tarlo dell'inadeguatezza.
L'arte quando è positiva resta il luogo dell'anima, accede sempre alla luce, "recupra" l'uomo.
Giandomenico Cortese
Critico - Giornalista
Le avanguardie culturali di questo secolo hanno mirato più a distruggere che a costruire. Cresce sempre più il bisogno di un' "Arte Positiva" che recuperi, sia pure in forme nuove, gli antichi valori consolidati dalla storia.
Questi valori estetici e insieme morali, ancor oggi troppo trascurati dalle espressioni artistiche, sono ntrinsechi alle necessità vitali dell'uomo. "L'Arte Positiva" si configura come un movimento che, al di là delle impostazioni stilistiche, mira a rappresentare direttamente i indirettamente le forze sane dell'uomo e della società. No quindi alle violenze, alle sopraffazioni, agli egoismi, ai vizi più o meno ammantati da un malinteso senso della bellezza, ai piacere perseguiti come tali.
L'"Arte Positiva" deve essere uno strumento di elevazione, di consapevolezza, di equlibrio interiore: quindi anche un tramite di avvicinamento al Mistero Divino. L'amore, la famiglia, le virtù civiche. la solidarietà tra gli uomini, il sentimento del dovere, la fratellanza, il rispetto della natura devono e possono diventare oggetto di "un'Arte Positiva" attraverso la quale possa avvenire un'autentica purificazione della società umana, senza ledere le libertà di enssuno e senza imporre nessna costrizione.
Paolo Rizzi
Critico - Giornalista
(...) Ha mani abili, quest'uomo daglio occhi di ragazzo, occhi decisi che si adagiano in dolcezze. la sua, guardate, ma guardate bene, è la naturalezza dell'istinto incontenibile. e diventa perciò quasi in vadente: si insinua nei nostri pensieri, arriva alle nostre coscienze, scomoda, o vorrebbe scomopdare, perfino i grandi della terra (...) Non dobbiamo destarlo dall'ebrezza di questa sua incredibile generosità, dalla beatitudine, dal vago torpore di questa immensa donazione, anche dalla ricamata e seminascosta filosofia che ci ricorda i maestrelli, i viandanti delle campagne, i cantastorie, gli artisti nemmeno tanto popolari, i maestri d'arte in continuo pelegrinare, con la vita appesa alla bisaccia dei giorni incalzanti dell'innamoramento del tempo mai concluso.
(...) ora passeremo tra le sue opere, Gianni: le vivremo insieme a te, e capiremo il tuo amore grande e la tua commossa follia di uomo di fede e di pace, e ci lasceremo andare, perchè è questo che tu vorresti sempre, ci lasceremo andare alla serenità, ci lasceremo prendere dalla speranza e dal ritmo dei pensieri buoni. Oltre che dalla bellezza (...) E quando il bello irrompe dalle mani di questo candido artista senza timori, diventa trasparenza d'anima.
Bepi De Marzi, 2005
Direttore di coro e Organista
La figlia Laura Ricorda
Se ripenso al primo ricordo che ho di papà, la memoria torna immediatamente alla mansarda
di casa nostra a Travettore, che -tra la fine
questo era stata adibita a studio d'arte e suo
buen retiro. lì trascorreva gran parte della
giornata in solitudine a dipingere, almeno fino
a quando noi bambine, rientrate da scuola,
irrompevamo nell'atelier interrompendone
l'incanto, spettatrici ogni volta di un miracolo
che prendeva forma, attratte da quel mondo
magico nel quale papà ci accoglieva volentieri.
Era un luogo stipato, zeppo di colori a olio,
tavolozze, tele bianche e quadri, già iniziati e
in attesa di essere ripresi in mano; le macchie
di colore erano ovunque. Papà lo vedo lì,
davanti all'ultimo lavoro sul cavalletto, che
cammina avanti e indietro, per ravvisare l'effetto
dell'ultima pennellata concessa alla tela.
Non posso dimenticare il gesto, che compieva
costantemente, di portare la mano chiusa a
cannocchiale davanti all'occhio sinistro: per
lui era fondamentale, forse riusciva a scorgere
meglio, a comprendere se il tratto era quello
giusto o se necessitava di ulteriori ritocchi.
Desiderava che ci appassionassimo all'arte e,
per questo motivo, trascorrevamo le domeniche
a Venezia per visitare le mostre in programma in
quegli anni: gli Impressionisti, Chagall, Mirò,
Kandinsky, Picasso, la collezione Guggenheim
(che ancora oggi è tra i miei musei preferiti).
Frequentava i circoli artistici dei professori
dell'Accademia e ci trascinava nei bar dove si
incontravano. Ricordo in particolare il prof.
Colussi e il prof. missaglia, con cui intavolava
incomprensibili discussioni sull'arte.
Credo inoltre che, dal momento in cui abbiamo
iniziato a camminare fino all'epoca della
maturità, io e le mie sorelle non abbiamo mancato
una sola edizione della Biennale.
Come loro, ricordo le lamentele di papà quando
-pur amando visceralmente l'arte contemporanea-
scopriva qualche installazione che non lo
soddisfaceva: autentiche "bojate" (come le definiva),
per le quali trovava spropositato lo spazio
assegnato dagli organizzatori.
Era determinato a fare in modo che la nostra
creatività si manifestasse e quindi i regali
erano quasi sempre valigette di oli con tavolozza,
cavalletti, creta da modellare, e tante
tele che eravamo libere di "imbrattare" a
nostro piacimento. Anche con i nipoti ha sempre
tentato, spesso riuscendoci, di avvicinarli
empiricamente all'arte, favorendo la loro
l'espressività personale.
Ho amato e ammirato il suo costante e irrinunciabile
ottimismo e la passione vera e propria
nei confronti delle persone. Era un uomo che
si faceva voler bene. Viaggiava molto, anche
per lunghi periodi, per mostre e manifestazioni
e sono certa che approfittasse di questi viaggi
per conoscere nuove persone con le quali progettare
futuri incontri, organizzare eventi artistici,
promuovere idee condivise. Costoro, in
genere, entravano a far parte della sua enorme
agenda di contatti, gente che raggiungeva poi
con lunghe telefonate. Ricordo la nostra casa
sempre frequentata da sconosciuti: artisti, persone
che aveva conosciuto chissà dove e chissà
quando, che erano spesso invitate a pranzo la sua ferma convinzione e la sua caparbietà
nel credere che l'arte potesse davvero veicolare
messaggi positivi e pieni di speranza. E' nostro forte desiderio che la sua grande
umanità e la sua riconosciuta capacità artistica
rimangano vive, sia nelle tante persone che
hanno condiviso con lui un pezzo di vita sia
nei giovani, ai quali guardava con sincero
entusiasmo. Forse è questo che più resta di
papà: l'incrollabile, religiosa speranza nella
forza dell'uomo, in grado di risorgere sempre
e comunque, e la potenza dell'arte, in grado di
far emergere il bello e il buono.
Laura Visentin
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